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CAPITOLO XV
CANONIZZAZIONE E TRASLAZIONE
1246 1. Francesco, servo e amico dell'Altissimo, fondatore
e guida dell'Ordine dei frati minori, campione della povertà,
forma della penitenza, araldo della verità, specchio
di santità e modello di tutta la perfezione evangelica,
prevenuto dalla grazia celeste, con ordinata progressione, partendo
da umili inizi raggiunse le vette più sublimi.
Dio che aveva reso mirabilmente risplendente, in vita, quest'uomo
ammirabile, ricchissimo per la povertà, sublime per l'umiltà,
vigoroso per la mortificazione, prudente per la semplicità
e cospicuo per l'onestà d'ogni suo comportamento, lo
rese incomparabilmente più risplendente dopo la morte.
L'uomo beato era migrato dal mondo; ma quella sua anima santa,
entrando nella casa dell'eternità e nella gloria del
cielo, per bere in pienezza alla fonte della vita, aveva lasciato
ben chiari nel corpo alcuni segni della gloria futura: quella
carne santissima che, crocifissa insieme con i suoi vizi, già
si era trasformata in nuova creatura, mostrava agli occhi di
tutti, per un privilegio singolare, l'effige della Passione
di Cristo e, mediante un miracolo mai visto, anticipava l'immagine
della resurrezione.
1247 2. Si scorgevano, in quelle membra fortunate,
i chiodi, che l'Onnipotente aveva meravigliosamente fabbricati
con la sua carne: erano così connaturati con la carne
stessa che, da qualunque parte si premessero, subito si sollevavano,
come dei nervi tutti uniti e duri, dalla parte opposta.
Si poté anche osservare in forma più palese la
piaga del costato, non impressa nel suo corpo né provocata
da mano d'uomo e simile alla ferita del costato del Salvatore:
quella che nella persona stessa del Redentore rivelò
il sacramento della redenzione e della rigenerazione.
I chiodi apparivano neri, come di ferro, mentre la ferita del
fianco era rossa e, ridotta quasi a forma di cerchietto per
il contrarsi della carne, aveva l'aspetto di una rosa bellissima.
Le altre parti della sua carne, che prima per le malattie e
per natura tendevano al nero, splendevano bianchissime, anticipando
la bellezza del corpo spiritualizzato.
1248 3. Le sue membra, a chi le toccava, risultavano
così molli e flessibili, come se avessero riacquistato
la tenerezza dell'età infantile, adorne di chiari segni
d'innocenza.
In mezzo alla carne, candidissima, spiccava, dunque il nero
dei chiodi; la piaga del costato rosseggiava come il fior della
rosa: non è da stupire, perciò, se una così
bella e miracolosa varietà suscitava negli osservatori
gioia ed ammirazione.
Piangevano i figli, che perdevano un padre così amabile;
eppure si sentivano invadere da grande letizia, allorché
baciavano in lui i segni del sommo Re.
Quel miracolo così nuovo trasformava il pianto in giubilo
e trascinava l'intelletto dall'indagine allo stupore.
Per chi guardava, lo spettacolo così insolito e così
insigne era consolidamento della fede, incitamento all'amore;
per chi ne sentiva parlare, motivo d'ammirazione e stimolo al
desiderio di vedere.
1249 4. Difatti, appena si diffuse la notizia del transito
del beato padre e la fama del miracolo, una marea di popolo
accorse sul luogo: volevano vedere con i propri occhi il prodigio,
per scacciare ogni dubbio della ragione e accrescere l'emozione
con la gioia.
I cittadini assisani, nel più gran numero possibile,
furono ammessi a contemplare e a baciare quelle stimmate sacre.
Uno di loro, un cavaliere dotto e prudente, di nome Gerolamo,
molto noto fra il popolo, siccome aveva dubitato di questi sacri
segni ed era incredulo come Tommaso, con maggior impegno e audacia
muoveva i chiodi e le mani del Santo, alla presenza dei frati
e degli altri cittadini, tastava con le proprie mani i piedi
e il fianco, per recidere dal proprio cuore e dal cuore di tutti
la piaga del dubbio, palpando e toccando quei segni veraci delle
piaghe di Cristo.
Perciò anche costui, come altri, divenne in seguito fedele
testimone di questa verità, che aveva riconosciuto con
tanta certezza e la confermò giurando sul santo Vangelo.
1250 5. I frati e figli, che erano accorsi al transito
del Padre, insieme con tutta la popolazione, dedicarono quella
notte, in cui l'almo confessore di Cristo era morto, alle divine
lodi: quelle non sembravano esequie di defunti, ma veglie d'angeli.
Venuto il mattino, le folle, con rami d'albero e gran numero
di fiaccole, tra inni e cantici scortarono il sacro corpo nella
città di Assisi. Passarono anche dalla chiesa di San
Damiano, ove allora dimorava con le sue vergini quella nobile
Chiara, che ora è gloriosa nei cieli.
Là sostarono un poco con il sacro corpo e lo porsero
a quelle sacre vergini, perché lo potessero vedere insignito
delle perle celesti e baciarlo.
Giunsero finalmente, con grande giubilo, nella città
e seppellirono con ogni riverenza quel prezioso tesoro, nella
chiesa di San Giorgio, perché là, da fanciullino,
egli aveva appreso le lettere e là, in seguito, aveva
predicato per la prima volta. Là, dunque, giustamente
trovò, alla fine, il primo luogo del suo riposo.
1251 6. Il venerabile padre passò dal naufragio
di questo mondo nell'anno 1226 dell'incarnazione del Signore,
il 4 ottobre, la sera di un sabato, e fu sepolto la domenica
successiva.
L'uomo beato, appena fu assunto a godere la luce del volto di
Dio, incominciò a risplendere per grandi e numerosi miracoli.
Così quella santità eccelsa, che durante la sua
vita si era manifestata al mondo con esempi di virtù
perfetta a correzione dei peccatori, ora che egli regnava con
Cristo, veniva confermata da Dio onnipotente per mezzo dei miracoli,
a pieno consolidamento della fede.
I gloriosi miracoli, avvenuti in diverse parti del mondo, e
i generosi benefici impetrati per la sua intercessione, infiammavano
moltissimi fedeli all'amore di Cristo e alla venerazione per
il Santo. Poiché la testimonianza delle parole e dei
fatti proclamava ad alta voce le grandi opere che Dio operava
per mezzo del suo servo Francesco, ne giunse la fama all'orecchio
del sommo pontefice, papa Gregorio IX.
1252 7. A buona ragione il pastore della Chiesa, riconoscendo
con piena fede e certezza la santità di Francesco, non
solo dai miracoli uditi dopo la sua morte, ma anche dalle prove
viste con i suoi propri occhi e toccate con le sue proprie mani
durante la sua vita, non ebbe il minimo dubbio che egli era
stato glorificato nei cieli dal Signore. Quindi, per agire in
conformità con Cristo, di cui era Vicario, con pio pensiero
decise di proclamarlo, sulla terra, degno della gloria dei santi
e di ogni venerazione.
Inoltre, perché il mondo cristiano fosse pienamente sicuro
che quest'uomo santissimo godeva la gloria dei cieli, affidò
il compito di esaminare i miracoli conosciuti e debitamente
testimoniati a quelli tra i cardinali che sembravano meno favorevoli.
E solo quando i miracoli furono discussi accuratamente e approvati
all'unanimità da tutti i suoi fratelli cardinali e da
tutti i prelati allora presenti nella curia romana, decretò
che si doveva procedere alla canonizzazione.
1253 Andò, dunque, personalmente nella città
di Assisi e il 16 luglio dell'anno 1228 dell'incarnazione del
Signore, in giorno di domenica, con solennità grandissime,
che sarebbe lungo narrare, iscrisse il beato padre nel catalogo
dei Santi .
1254 8. Successivamente, nell'anno del Signore 1230,
anno in cui i frati celebrarono il Capitolo generale ad Assisi,
quel corpo a Dio consacrato fu traslato nella basilica costruita
in suo onore, il giorno 25 di maggio.
Mentre veniva trasportato quel sacro tesoro, sigillato dalla
bolla del Re altissimo, Colui del quale esso portava l'effige
si degnò di operare moltissimi miracoli, per attirare
il cuore dei fedeli col suo profumo salutare e indurli a correre
dietro le orme di Cristo.
Era sommamente conveniente che le ossa beate di colui che Dio,
facendolo oggetto della sua compiacenza e del suo amore, già
durante la vita, aveva preso con sé in paradiso, come
Enoch, mediante la grazia della contemplazione, e aveva rapito
in cielo, come Elia, su un carro di fuoco, mediante l'ardore
della carità, emanassero meravigliosi profumi e germogli,
ora che egli soggiornava tra fiori celestiali nel giardino della
eterna primavera.
1255 9. Sì, come durante la sua vita quest'uomo
beato rifulse per i segni ammirabili di virtù, così
dal giorno del suo transito brillò e continua a brillare
per i luminosissimi prodigi e miracoli, che avvengono nelle
varie parti del mondo e con i quali la divina onnipotenza lo
rende glorioso.
Infatti, per i suoi meriti, ciechi e sordi, muti e zoppi, idropici
e paralitici, indemoniati e lebbrosi, naufraghi e prigionieri
ricevono il rimedio ai loro mali; infermità, necessità,
pericoli di ogni genere trovano soccorso.
Ma anche la resurrezione di molti morti, mirabilmente operata
per sua intercessione, manifesta ai fedeli la magnifica potenza
che, per glorificare il suo Santo, dispiega l'Altissimo.
E all'Altissimo sia onore e gloria per gli infiniti secoli dei
secoli. Amen.
E' finita la vita
del beato Francesco
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